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Il tramonto del quantitative easing – Mercati nota settimanale

by Giacomo Calef

Il tramonto del quantitative easing

Andamento del rendimento dei BTP
Andamento del rendimento dei BTP a 10 anni – in Percentuale dal 2011

Il Quantitative Easing, programma di acquisto di titoli della Bce, che negli ultimi anni ha tentato di tutelare l’Italia (e non solo) dalle oscillazioni del mercato, si concluderà nel mese di dicembre e non verrà rinnovato. Inoltre da ottobre gli acquisti saranno dimezzati a 15 miliardi al mese. Secondo uno studio condotto da Teh Ambrosetti, al quale ha contribuito il direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani, Carlo Cottarelli, ipotizzando un contesto di crescita stabile, che dall’1,2% di quest’anno raggiunga l’1,1% nel 2019, per poi risalire a un +1,3% dal 2020, si prevede la riduzione del rapporto debito/PIL, nonostante l’aumento dei tassi di interesse.
Sembrerebbe quindi che nel breve periodo la stabilità non subirà grandi cambiamenti.

Secondo i ricercatori dello studio «l’unico evento realmente critico per la sostenibilità del debito pubblico italiano è un’eventuale e prossima recessione globale che coinvolga anche l’Italia». Ipotizzando che tale recessione inizi nel 2020, probabilmente il Governo risponderà alla crisi facendo leva sulla finanza pubblica e quindi tentando di azzerare l’avanzo primario, per tornare ad un’eventuale prospettiva di crescita nel 2021. Ma il rapporto debito/PIL aumenterebbe velocemente anche se dovesse intervenire la Bce attraverso politiche monetarie «estremamente accomodanti». Una possibilità concreta, segnalata dalla ricerca, è quella di preparare il Paese nei prossimi anni che ci separano dalla crisi. Nonostante sia impossibile sapere quanto tempo sarà necessario «per arrivare a ottenere un avanzo primario pari o superiore al 3,3%, rispetto al PIL», ciò comporterebbe uno sforzo compreso tra 30 e 40 miliardi nei prossimi 3 anni, che permetterebbe di avere una sorta di cuscinetto per attutire il colpo della caduta del PIL, aumentando la sostenibilità del debito. Invece per quanto riguarda lo spread, sempre nel breve periodo, le previsioni non sembrano essere allarmanti, anche se l’aumento dello stesso in questi primi mesi di Governo ha già comportato una spesa per interessi aggiuntiva di circa 6 miliardi di euro per il biennio 2018-2019.
Il tema diventa problematico in relazione alle banche, in quanto, essendo maggiormente esposte a tali dinamiche, rischiano di inasprire la stretta creditizia già registrata negli anni più duri della crisi. Questo potrebbe accadere per un duplice motivo, sia perché in presenza di uno shock da spread l’esposizione delle banche ai titoli di Stato (370,35 miliardi di euro) provocherebbe una riduzione del valore delle azioni delle banche, con una conseguente perdita di capitalizzazione, che perché, se il rating dei titoli sovrani dovesse scendere sotto l’investment grade, le banche avrebbero meno accesso al credito della Bce non potendo più usare quei titoli come collaterali.

Di seguito l’ultima nota settimanale del nostro ufficio di Milano.

Mercati nota settimanale – 14 09 2018

  1. Panoramica Macro
  2. Il tramonto del quantitative easing
  3. Giappone, positivo il secondo trimestre
  4. Andamento mercati obbligazionari e azionari da inIzio anno

 

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