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Big data, oro nero moderno – Mercati nota settimanale

by Giacomo Calef

Big data, oro nero moderno

Il mercato è mosso dalle grandi imprese che conoscono le opportunità offerte dall’analisi descrittiva delle informazioni, studiano nuove progettualità e si orientano verso gli aspetti predittivi tesi ad automatizzare processi e servizi, perseguendo quella che potremmo chiamare la “seconda ondata” di una strategia guidata dalle informazioni. Infatti, si sente sempre più spesso parlare della rivoluzione Big Data e, in generale, il termine Big Data si riferisce proprio a cosa si può fare con tutta questa quantità di informazioni, ossia agli algoritmi capaci di trattare così tante variabili in poco tempo, allo scopo di individuare correlazioni tra dati e prevedere le evoluzioni future (del mercato, dei clienti, dei loro comportamenti, ecc…). Per definizione i Big data sono una mole di informazioni tanto grande da non essere gestibile soltanto con i normali database in commercio. Inoltre, per essere analizzati, organizzati, gestiti e utilizzati, richiedono un insieme di tecnologie supplementari. Sempre nell’ambito della definizione di big data, oltre alla quantità, sono caratterizzati da altri indici, di norma riassunti nella “regola delle 6V”: il Volume, ovvero la quantità di dati gestiti, la Varietà, cioè la natura dei dati, che è appunto molto variegata, la Variabilità, legata all’analisi del significato del dato in relazione ai diversi contesti, la Velocità, ossia la tempistica con cui i dati vengono generati e memorizzati, la Veridicità, in quanto i dati devono essere congruenti e affidabili, ed infine, V come Valore, che per le aziende si configura in termini di costi/benefici e di ritorno di investimento/profitti. Il processo di utilizzo dei dati è costituito da due sottofasi, in un primo momento i dati vengono standardizzati, ovvero resi omogenei e leggibili dai tanti software, tramite i quali vengono esaminati, mentre la seconda fase si chiama “enrichment”, è il processo durante il quale i dati vengono “arricchiti”, ossia completati con informazioni supplementari e quindi resi più performanti. Queste due sottofasi hanno portato alla nascita di numerosi software e strumenti, venduti in diverse forme. Di conseguenza, ciò ha condotto alla nascita di una gran quantità di aziende dedite alla raccolta, alla pulizia, all’arricchimento e all’analisi della grande mole di dati. Un importante ricerca condotta dall’Economist Intelligence Unit mostra che le aziende all’avanguardia in materia di grandi quantità di dati non sono quelle americane ma quelle asiatiche, il 63% di queste hanno dichiarato di fare uso abituale dei dati per creare valore (migliorare prodotti, servizi e fatturato). Un andamento seguito dal 58% delle imprese Usa e dal 56% di quelle europee. A livello globale il 60% delle aziende sostiene che i dati contribuiscono in modo significativo alla crescita dei rispettivi fatturati. Ma l’impatto dei Big data sulle cifre d’affari non dipende dai dati in sè, quanto dalla capacità di farne buon uso. Il settimanale Economist non ha dubbi: i dati sono il petrolio del futuro, richiestissimi dalle aziende, dalle organizzazioni governative ma anche dal web. Le strategie aziendali guidate dalle informazioni ottenute tramite i Big data stanno aumentando con il passare degli anni e gli ambiti coinvolti non riguardano soltanto le attività commerciali, ma anche quelli di ricerca, sviluppo e produzione.

Di seguito l’ultima nota settimanale del nostro ufficio di Milano.

Mercati nota settimanale – 13 07 2018

  1. Panoramica Macro
  2. Big data, oro nero moderno
  3. Cina sorpassa gli usa nella produzione di beni
  4. Brexit, due dimissioni minacciano la May

 

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